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Cultura

La crisi economica che oggi stiamo vivendo è solo l’effetto più diretto del fallimento del sistema dei mutui americani, del sistema cioè bancario americano. Ma le cause che stanno a monte della crisi economica italiana sono la profonda crisi sociale e culturale che da anni l’Italia vive. Vi è infatti stata l’incapacità nell’approntare modelli sociali e culturali autosostenibili e di sviluppo. Casi evidenti di queste crisi sono rintracciabili all’interno delle istituzioni scolastiche, nell’università e in genere nella politica culturale del Paese.
Non è un mistero la crisi delle Università, di gran parte delle Università. Una crisi economica, certo, che dipende oggettivamente dalla diminuizione delle risorse disponibili. Per questo occorre guardare oltre gli stretti confini di una regione o di uno stato. Voglio dire: formiamo i nostri studenti universitari e il nostro personale amministriativo al reperimento dei fondi europei, in un ottica che superi con una soluzione economicamente sostenibile e europeista l’opposiozione ideologica tra gli statalisti e i privatizzatori.
Nelle scuola dobbiamo avere il coraggio di comprendere che le classi miste da sole non riescono a sopperire al deficit sociale nel campo dell’integrazione, come del resto una recente indagine dell’Università di Firenze ha evidenziato. Per questo dobbiamo affacciarci a nuove metodologie didattiche, già così bene sperimentate altrove, che affianchino al momento dell’apprendimento l’esperienza del gruppo all’interno del quale ogni singolo individuo, immigrato o non immigrato, sia portato a partecipare sia individualmente che come membro di un gruppo. Stoamo parlando della metodologia detta del cooperative learning. La mancanza di un approccio e di una preparazione del personale docente in questa direzione è una grave mancanza della scuola italiana, una mancanza sociale e culturale.
In breve, è necessario un ripensamento generale e nelle linea di azione della politica culturale. In Italia ormai da troppi anni la politica culturale si esprime con prassi emergenziali, alla cui base c’è il concetto perdente che la cultura sia semplicemente e solamente un settore a cui dare soldi a fondo perduto. Io penso che accanto a necessari e insopprimibili interventi a fondo perduto, si deve affiancare una linea politica veramente riformatrice, che sia cioè in grado di coniugare all’erogazione di fondi una forma di autosostenibilità e di sviluppo economico. Facciiamo un esempio. Le biblioteche oggi sono il simbolo di quello che è diventata la cultura in Italia. Luoghi chiusi, in cui il cittadini medio è scoraggiato ad entrare. Quanti di noi vanno regolarmente in una Biblioteca? Le biblioteche affrontano oggi gravi problemi economici, basata pensare alla Biblioteca Nazionale di Firenze, con la conseguente diminuizione dei servizi per il cittadino. Questa è la conseguenza di una economia culturale di tipo sussistenziale appunto. È necessario quindi rilanciare il progetto delle biblioteche come luoghi aperti. Dando uno sguardo in Europa ci sono modelli interessanti.