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di generazione democratica

10 gennaio 2012

Tesi Congressuali GD_Parte 1/3

PARTE I – UN MONDO AL CONTRARIO

Tesi 1
Il nostro sguardo su un mondo diverso, all’alba di un nuovo decennio.
Siamo all’alba di un nuovo decennio e tutto intorno a noi appare profondamente cambiato. A dieci anni esatti dalle mobilitazioni per il G8 di Genova abbiamo scoperto che un altro mondo non solo è possibile ma è successo. Tuttavia, quello che abbiamo trovato non è il mondo che in tanti avevamo sognato o sperato.
Nel 2001 le strade di Genova si sono trasformate in fiumi di manifestanti, composti da migliaia di giovani italiani uniti nel chiedere ai grandi della terra impegni concreti per la cancellazione del debito dei paesi più poveri, per una più equa distribuzione della ricchezza, per contrastare l’inquinamento e per la salvaguardia delle risorse naturali.
Nel 2011 un violento nubifragio si è abbattuto sulla Liguria, ferendo le cinque terre e trasformando le strade di Genova in fiumi d’acqua. Ora siamo noi, che riscontriamo in prima persona sul nostro territorio le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici in atto, incapaci di sviluppare serie politiche in grado di contrastarli pur conoscendo benissimo i rischi a cui stiamo andando incontro.
Oggi, è il presente di tutti i giovani italiani ad essere messo in discussione, il futuro stesso del nostro Paese ad essere appeso a un filo. Siamo noi che invochiamo salvataggi di emergenza e discutiamo di prestiti di ultima istanza.
Nel 2001 ci si divideva fra global, no global e neo global. Ma la globalizzazione è stata indifferente a queste divisioni e ha proseguito per la sua strada. Travolgendoci tutti, senza avere cura delle nostre indicazioni e preoccupazioni.
Una globalizzazione che ci ha stupito. Non è stato strumento di diffusione di diritti e democrazia nel mondo e nemmeno il mezzo con il quale i paesi cosiddetti “avanzati” hanno consolidato le proprie posizioni di forza nello scacchiere geopolitico. Anzi, nel mondo globalizzato, troviamo le economie dei paesi forti sull’orlo del fallimento, viviamo la crisi dell’Europa e dell’euro, la nascita dei Piigs e dei Brics, l’aumento della sperequazione interna di reddito e di condizioni di vita, registriamo un tasso di disoccupazione giovanile senza precedenti storici su entrambe le sponde del Mediterraneo e negli Stati Uniti, e assistiamo alle migrazioni delle giovani generazioni da sud verso nord, oltre i confini degli stati nazionali.
Dopo il trentennio dorato del secondo dopoguerra, l’onda lunga della rivoluzione partita dagli Stati Uniti alla fine dei ‘70 sembra ritirarsi, lasciandoci un mondo con una geografia diversa, in cui il grande Occidente industriale inizia a farsi piccolo. La crisi economica scoppiata nel 2007 è sì partita dalla finanza, ma è arrivata dritta nella nostra vita quotidiana, travolgendo sogni ed aspirazioni di milioni di cittadini.
La globalizzazione ha rovesciato la piramide e oggi il panorama che abbiamo davanti è quello del declino e della paura, cosa che non avviene nei nuovi paesi emergenti, entrati da poco nell’arena economica mondiale, dove il colonizzato aspira a conquistare l’ex-colonizzatore.
Alziamo gli occhi sul mondo: capitali angolani investiti in ex-aziende pubbliche portoghesi, mentre la Jaguar, gloriosa casa automobilistica inglese, è stata acquisita dalla Tata, marchio indiano conosciuto fino a pochi anni fa solamente per la produzione di automobili a basso costo. Inoltre, Cinesi e Indiani posseggono gran parte dei debiti pubblici dei paesi occidentali, e ciò senza che sia avvenuto nessun cataclisma né guerre mondiali, fatta eccezione per i conflitti legati al controllo delle risorse naturali.
L’ascesa dei paesi emergenti e la contemporanea crisi dell’Europa politica sono elementi che dimostrano come le trasformazioni in atto siano più profonde di quanto possiamo immaginare. E, purtroppo, non sarà qualche designer che elabora gadget tecnologici a salvarci.
La crisi dei Paesi europei è anche crisi del progetto europeo. Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman, De Gasperi, immaginavano l’Europa come nazione europea, magari come federazione degli Stati Uniti d’Europa, politicamente attraversata da grandi partiti europei. Tutto sarebbe iniziato dall’integrazione monetaria e fiscale per poi trasformarsi in una vera unificazione politica. Ad oggi, invece, si affaccia all’orizzonte il rischio di non avere più nemmeno una moneta comune europea. E Per rimettere in pista il progetto europeo mancano sia la volontà politica sia gli strumenti: il vuoto della politica viene riempito dai prestiti del Fondo monetario internazionale, in attesa di un debito pubblico europeo che metta sullo stesso piano la Grecia e la Germania
Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una
Democrazia, vero Buddy? È il libero mercato
Gordon Gekko, Wall Street
Tesi 2
Capitalismo contro capitalismo, dalla speranza alla paura.
I sostenitori della globalizzazione ci avevano promesso che l’economia creativa, in un processo improbabile di crescita infinita, avrebbe permesso un maggiore equilibrio sociale solo grazie al riconoscimento dei talenti dei singoli lavoratori. Ma qualcosa non ha funzionato come ci avevano raccontato. Oggi i dipendenti della Apple, l’azienda più capitalizzata a livello globale, sono circa 60.000 in tutto il mondo, mentre il più grande datore di lavoro al mondo risulta essere, esattamente come dieci anni fa, il dipartimento della difesa degli USA che ogni mese paga più di 3.200.000 di stipendi, circa l’1% della popolazione statunitense.
La rivoluzione annunciata non è avvenuta. E noi assistiamo ora alla crisi del capitalismo finanziario, dopo averne conosciuto i trionfi. Abbiamo visto crescita economica ed allargamento della base democratica iniziare a scorrere su percorsi paralleli, dopo decenni in cui hanno camminato insieme. Dopo il capitalismo della speranza è arrivato quello della paura. Le misure vengono imposte a costo di duri sacrifici, senza nessuna narrazione positiva.
Eravamo abituati a un capitalismo in grado di “pensare positivo” alimentando speranze condivise, dal sogno americano al miracolo italiano. L’economia di mercato è stata capace di produrre diseguaglianze profonde ma il controllo democratico e la centralità del lavoro hanno garantito a lungo una redistribuzione dei profitti e opportunità crescenti per le generazioni successive. Il capitalismo del secondo Dopoguerra ha trascinato la crescita economica, l’ampliamento della democrazia e la fiducia verso il futuro.
Oggi, invece, i governi legittimano le proprie decisioni con la paura del capitalismo finanziario: crisi sempre più gravi, debiti pubblici a rischio, fallimenti di aziende, banche e stati. L’economia sociale di mercato che abbiamo conosciuto ha portato la democrazia liberale e le sue istituzioni. Viceversa, il capitalismo finanziario diffida della sovranità popolare, come si è visto nel caso del referendum greco sulle misure di austerity che si sarebbe dovuto tenere nel novembre del 2011.
Sembrano lontani i tempi delle misure economiche legittimate dal consenso sociale, capaci di penetrare nel corpo vivo delle popolazioni e di trovarvi consenso diffuso. Le istituzioni simbolo di questo capitalismo finanziario, banche e sistema della finanza, sono diventate il bersaglio della rabbia e del rancore di una larga parte della popolazione.
La separazione tra il potere economico e il controllo democratico è ai massimi livelli, perfino il linguaggio mainstream produce narrazione negativa. Le riforme sono chiamate all’impopolarità, pena non produrre risultati, e nulla rimane della speranza e dell’ansia di futuro del capitalismo che fu. Prima per vincere era necessario convincere. Oggi basta l’algida supremazia di un’economia che si è fatta pura tecnica, numeri a cui ci si affida come gli ubriachi si attaccano ai lampioni, per legittimare le politiche pubbliche: le restrizioni sono date, anche se scivolano sulle sofferenze delle persone senza che nulla possa fermarle.
Ma così facendo, senza costruire una reale opzione alternativa che leghi crescita e democrazia, il capitalismo rischia di diventare una ideologia nichilista. Solo due anni fa nessuno avrebbe mai creduto che fosse possibile manifestare davanti a Wall Street. E accanto agli indignati americani è scesa in piazza una generazione che prende la parola, da Londra al Cairo, da Roma a Madrid fino a Santiago del Cile.
Ciò è accaduto perché il capitalismo ha mutato volto. Finché la mediazione tra capitale e lavoro avveniva all’interno dei confini nazionali e all’interno delle fabbriche, il profitto veniva redistribuito e con esso il sistema di garanzie che ha dato vita al welfare. Il capitalismo finanziario, invece, ci ha consegnato un sistema economico in cui è assente qualsiasi meccanismo di redistribuzione: quando il profitto è dovuto al lavoro, quest’ultimo è fornito da masse di lavoratori sottopagati nei nuovi paesi emergenti, quando, invece, esso è creato grazie ai meccanismi della finanza creativa e della rendita fondiaria, sfugge a qualsiasi tentativo di mediazione poiché la controparte non c’è. Ad inquietare gli animi, all’alba di questo nuovo decennio, non è quindi l’economia di mercato, ma l’ultima incarnazione dello spirito del capitalismo che ha preso il volto del capitalismo finanziario sotto la poderosa spinta di Ronald Reagan negli USA e di Margaret Thatcher nel Regno Unito. Salvare il capitalismo da se stesso è oggi il nostro problema.


“Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione
che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore,
una prigione per la tua mente.”
Morpheus, Matrix
Tesi 3
Insieme oltre l’individualismo, per il bene comune.
La società in ogni suo settore sta assistendo a una trasformazione dei suoi processi costitutivi: da sistemi gerarchici a sistemi di rete. Il mondo che viviamo, con le relazioni politiche, economiche e sociali che lo attraversano e definiscono, non può più essere ridotto in nessuna delle sue parti. Ogni aspetto per essere compreso necessita di una visione globale, così come le dinamiche che determinano quel globale scaturiscono da una sempre maggiore e complessa serie di eventi interdipendenti.
I luoghi non sono più esclusivamente spazio fisico ma nascono, crescono e muoiono, in base alle relazioni sociali che li attraversano. I flussi di persone, merci, informazioni evolvono e si modificano con il progresso della tecnologia e delle forme di produzione e di distribuzione del lavoro, delle risorse, della conoscenza. Lo stesso concetto di tempo si sviluppa, definendo se stesso in nuovo rapporto tra la celerità, l’immediatezza delle informazioni e la possibilità di apprenderle, di sapere e poter decidere.
Cambia la società, cambiano i luoghi, ma i soggetti restano sempre gli stessi: le persone. Persone che si moltiplicano in popolo. Un popolo che in democrazia può orientare i processi, attraverso il voto libero e segreto, e che oggi, invece, sembra rassegnato a subirli. Il risultato della rivoluzione sociale e culturale di questi ultimi 30 anni è stato la costruzione di un immaginario della libertà fondato solo sulla capacità di appropriazione personale. La libertà individuale, da obiettivo per l’affermazione di sé dentro una cornice di solidarietà, inizia a essere pensata come imposizione dei propri egoismi contro qualsiasi relazione condivisa. Allo stesso modo, le istituzioni pubbliche, da strumento attraverso il quale dare maggiori opportunità e contrastare le diseguaglianze, divengono il nemico di chi cerca di rendere permanente la vittoria dei propri interessi particolari.
Il capitalismo attuale, infatti, usa in maniera spregiudicata un potere politico forte allo scopo di costruire un nuovo modello di governo che vuole ridurre al minimo indispensabile i vincoli condivisi di carattere collettivo a partire dallo Stato, concentrandosi invece sull’aumento abnorme della sfera di azione individuale. Da qui lo strano mix che ha governato in questi anni il nostro sistema economico: non più il government, ma la governance. E così si è affievolita sia la forza della decisione politica sia l’autonomia del sociale.
Nonostante tutto questo, esistono nella nostra società e nella nostra democrazia anticorpi positivi che sono già entrati in azione con successo nella nostra vita democratica. Penso alla splendida campagna referendaria del giugno 2011, quando 27 milioni di italiani si sono recati alle urne per l’acqua pubblica, per l’energia pulita e per una giustizia uguale per tutti. Tuttavia, l’individualismo esasperato di questi anni ha dato vita a una società più arida, più povera, più infelice.
In molti acquisiscono ogni giorno consapevolezza dei limiti di questo sistema, decidono di recuperare il senso di un impegno comune per una prospettiva condivisa. Il concetto di bene comune viene esteso sempre più frequentemente a un crescente numero di concetti. Ci stiamo risvegliando da un lungo letargo individualista. E siamo proprio noi, i più giovani, ad avvertire per primi e di più il bisogno di un inversione di rotta radicale.
Ma non siamo soli. Il 2011 è stato un anno importante, molte energie si sono riattivate. Energie sane, positive. I comitati delle donne, del precariato e della cultura, il mondo dell’antimafia e del volontariato civile, un movimento studentesco sempre più radicato, maturo e consapevole. In migliaia abbiamo manifestato per la difesa della costituzione, intorno a noi si è sviluppata una sempre crescente sensibilità ecologica, il mondo cattolico ha deciso di impegnarsi pubblicamente con forza, a tutti i livelli, per dare centralità al tema della lotta alle diseguaglianze e alla povertà e alla salvaguardia dell’ambiente attraverso una critica serrata all’attuale modello di sviluppo.
«Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva
condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale
per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti,
l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti
istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali »
Definizione contenuta nel rapporto Burtland (1987)
Tesi 4
La sfida dell’Europa e della nostra generazione: riconquistare un futuro sostenibile.
Abbiamo ben chiaro qual è l’orizzonte entro il quale vogliamo lanciare la nostra sfida. Rivendichiamo con orgoglio il carattere nazionale della nostra organizzazione, che ne rappresenta il primo e fondamentale punto di forza come soggetto politico. Però avvertiamo tutti i limiti della “vecchia Europa”, del suo modello intergovernativo e delle sue peculiarità nazionalistiche. Sta a noi, alla nostra generazione, rompere gli steccati nazionali che ci circondano e dare forza a un modello di sviluppo europeo realmente comunitario, solidale, nuovo.
Il mondo è cambiato, ma per fortuna anche noi siamo cambiati. E dobbiamo essere pronti a lanciare una nuova sfida recuperando un sogno che sembriamo avere smarrito: gli stati uniti d’Europa. La nostra generazione ha un compito storico, restituire al mondo un futuro sostenibile. Perché l’assenza di una prospettiva condiziona il presente ancor prima del futuro, quello a cui stiamo assistendo è la prova della necessità di un’inversione di rotta.
Solo la politica ci può portare fuori dal pantano dove l’assenza di politica ci ha relegato, solo un Presidente degli Stati Uniti d’Europa democraticamente eletto può avere la forza di ridisegnare il quadro e di agire in un contesto globale sui processi economici, culturali, sociali ed ambientali in atto. Serve la forza politica per garantire che le scelte che assumeremo in questi anni difficili siano ispirati al criterio della sostenibilità, nel rispetto di noi stessi e di quelli che verranno. Le scelte economiche, energetiche, sociali, ambientali. Scelte che dovranno essere assunte in contesti globali, da soggetti in grado di condizionare processi. Soggetti che devono essere democratici, eletti direttamente dai cittadini.
La crisi economica in corso rivela il bisogno di nuovi meccanismi di governo comunitario. Le politiche di austerità rischiano non di risolvere i nostri problemi, ma di aggravarli. E’ stato miope pensare di trattare la Grecia come un malato che rifiuta insolentemente le cure: ad essere sbagliata non è la cura, bensì la diagnosi, con la conseguenza che il virus continua ad espandersi e non siamo ancora in grado di fermarlo.
L’esperimento dell’Euro, la prova di un’unica moneta che lasciasse ampia disponibilità di decisione fiscale agli stati in cambio della delega alla gestione della politica monetaria e di bilancio, manifesta tutti i propri limiti. iL. principio dell’indipendenza della Banca centrale europea, l’idea che essa non debba preoccuparsi di occupazione e crescita, l’ossessione per il pareggio di bilancio ora imposto nelle costituzioni dei nostri paesi e la scarsa forza del ruolo del Parlamento europeo al cospetto di quello dei singoli governi, davanti alla crisi, rassegnano tutta l’insufficienza delle regole di cui si è dotata l’Ue.
La crisi globale ha portato alla crescita dei consensi delle formazioni reazionarie, conservatrici ed antieuropeiste. Alla crisi si può rispondere facendo leva sulle paure, come quella della disoccupazione, degli immigrati, degli altri stati, oppure con le riforme democratiche. L’unificazione politica europea deve accelerare e non frenare il suo corso, superando, con la forza della politica, le enormi resistenze nazionali.
Abbiamo bisogno di decisi passi in avanti nella governance europea. Innanzitutto, occorre modificare lo statuto della BCE, inserendo tra i suoi compiti il sostegno all’occupazione e alla crescita. Servono politiche di bilancio comunitarie e occorre convertire i bilanci nazionali in bilanci federali, in modo da dotare l’Europa di una politica monetaria e fiscale comune. E’ inutile sottoscrivere i debiti dei paesi senza potere stampare moneta, non serve ristrutturare le finanze pubbliche senza avere un piano di investimenti per rilanciare la crescita.
Vogliamo batterci per la tassazione delle transazioni finanziarie come uno strumento di sostegno allo sviluppo interno e alle giovani generazioni europee. Soltanto i riformisti europei potranno cambiare il paradigma economico che ci ha governato fin ora, soltanto con una spinta coriacea delle forze progressiste e socialiste europee sarà possibile realizzare una nuova Europa come una forza di civiltà del futuro e non come una decadente appendice del passato.
Serve un’Europa forte e unita, Consapevole della portata della sfida globale che siamo chiamati ad affrontare. Pochi giorni fa, quasi al termine dei lavori dell’ultima conferenza sul Clima di Durban, il capodelegazione per l’UE, il commissario europeo Connie Hedegaard, invocava chiarezza circa gli impegni che stavano per essere assunti in quella sede. Il capodelegazione cinese, di tutto punto, le ha risposto: “Chi vi da il diritto di dirci che cosa dobbiamo fare?”. Alla fine del negoziato, grazie al deciso impegno della delegazione europea e nonostante le resistenze dei paesi emergenti, si è giunti a una mediazione che ha offerto comunque un risultato significativo: per la prima volta, sono state poste le premesse per un accordo globale sulla riduzione delle emissioni, accordo che dovrà essere approvato entro il 2015 e reso operativo entro il 2020.
Vorremmo rispondere noi al capodelegazione cinese. Certo, nessuno ci da il diritto di dirgli che cosa dobbiamo fare, ma noi europei abbiamo il dovere di far sentire la nostra voce in questo difficile momento, in tutte le sedi opportune. Crediamo che l’Europa, con la sua storia millenaria, debba svolgere un ruolo decisivo nella costruzione del mondo del nuovo millennio. E siamo convinti che per farlo, essa debba dotarsi di una struttura politica adeguata, al passo coi tempi che stiamo vivendo e con le problematiche che dovremo affrontare. Per questo serve urgentemente un’unica guida politica europea, eletta direttamente da tutti i cittadini dell’Unione.
Parlare di Presidente degli Stati Uniti d’Europa oggi può sembrare a qualcuno un’aspirazione irrealizzabile. Come non tutti i nostri nonni avrebbero reputato possibile che un giorno sarebbe esistita l’Europa di benessere e pace in cui noi siamo cresciuti. I giovani aspirano all’impossibile e generazione dopo generazione lo realizzano. Noi non vogliamo assolutamente sottrarci a questo compito.

9 gennaio 2012

‘Violenza sulle donne’, di Federica Mariotti

violenza-donne.jpg

Violenza sulle donne. Purtroppo non è una tiritera delle solite femministe fissate. È un problema reale ed attuale, che non riguarda, diversamente da quanto spesso si preferisce credere, mondi lontani nel tempo e nello spazio. Non vogliamo riportarvi nessun dato ufficiale, nessuna statistica. Ma un evento, fatto di carne e sangue. Martedì 27 dicembre a Licodia Eubea, in provincia di Catania, Stefania Noce, studentessa di 24 anni, è morta per amore. Ad uccidere lei, e il nonno, è stato l’ex fidanzato Loris, che non si è rassegnato alla fine della loro storia d’amore. Ancora una volta un delitto passionale. E anche se si tratta della trama di un film già visto, troppe volte, nostro malgrado, una vicenda del genere ci lascia sgomenti.

Stefania era una ragazza come noi, impegnata politicamente, che credeva in un’Italia diversa. Un’Italia in cui le donne non vengano considerate proprietà di qualcuno o oggetti da mostrare. Proviamo molta rabbia e dolore, che devono tradursi in una rinnovata forza nel continuare con determinazione il nostro cammino per la cessazione di ogni tipo di violenza e per una piena emancipazione della donna nella nostra società.
Stefania Noce, in uno dei suoi ultimi articoli, in cui amava firmarsi Sen, scriveva: “Ha ancora senso parlare di femminismo?”. Crediamo che a questa domanda debba rispondere l’intero Paese, con una strategia complessiva, politica e culturale: serve un cambio di passo, una nuova civiltà nelle relazioni tra le persone che riconosca libertà, autonomia e responsabilità. Per fare questo alle donne deve essere permesso di rappresentare realmente l’altra metà del Paese. Più donne in politica, nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione, nelle imprese, nei posti di potere. Vogliamo più spazio per avere più democrazia. Vogliamo più spazio per poter gridare con più forza basta. Anche a nome di Stefania.
Elena Caruso, Gd Catania
Federica Mariotti, Esecutivo Nazionale Gd

5 gennaio 2012

Lavoro, Raciti: “Giovani i più colpiti”

“I dati Istat indicano oggi un nuovo incremento della disoccupazione giovanile e di quella di lunga durata. Sono numeri che spaventano e che fanno pensare a quanto sia importante, in questo momento, concentrarsi sullo sviluppo. Il prezzo della crisi lo stanno pagando i giovani, le donne ed i lavoratori che superati i cinquant’anni si trovano per strada. E’ un costo sociale ed uno spreco inaccettabile per chi, come l’Italia, ha bisogno di tornare a crescere. Le riforme del mercato del lavoro, se volte ad offrire più e non meno garanzie, possono essere d’aiuto solo a condizione che ci sia una politica a sostegno dell’innovazione, della conoscenza, dell’investimento in capitale umano e dello sviluppo locale che fino ad oggi è tragicamente mancata. Da Monti i giovani italiani si aspettano un segnale in questa direzione, in continuazione delle misure fiscali a vantaggio di giovani e donne, soprattutto nel Mezzogiorno, inserite nell’ultima manovra: speriamo che non sia stato solo un segnale di incoraggiamento, ma l’inizio di un cammino.”Lo dichiara Fausto Raciti, segretario nazionale dei Giovani democratici.


fonte: www.partitodemocratico.it

4 gennaio 2012

A Siena un FORUM sulla SCUOLA

O si fa la scuola o si muore!

Una nuova scuola pubblica per una nuova italia.

FORUM DI PD e GD UNIONE COMUNALE DI SIENA SULLA SCUOLA


Dal 18 gennaio, ogni mercoledì alle ore 21, presso il Circolo Pd di Colonna San Marco, Strada Massetana n48


Salvare la scuola pubblica significa salvare il Paese. Per questo il Pd di Siena promuove un forum pubblico, aperto a tutti, per affrontare i tanti problemi legati a scuola e istruzione, attivando un confronto più ampio possibile per trovare insieme proposte e soluzione.


per info www.pdsiena.it

4 gennaio 2012

‘I giovani a lavoro per uscire dalla crisi’, di Tommaso Bogi

Ormai la parola crisi ci accompagna quotodianamente,e ne paghiamo tutti le conseguenze più o meno dirette. Partendo dal presupposto che la portata della situazione che stiamo vivendo è apprezzabile volgendo lo sguardo all’andamento del mondo del lavoro,sorge subito un dubbio: com’è possibile che proprio la più forte delle forze-lavoro,cioè i giovani,siano i più colpiti? La disoccupazione aumenta,quella tra i giovani lo fa esponenzialmente. Va bene che l’aumentare dell’aspettativa di vita allunga i tempi di uscita dal lavoro,ma perché i giovani non riescono ad inserirsi? I motivi sono tanti,economici prima di tutto. La nostra istruzione,specialmente quella universitaria,dista anni luce dalla realtà pratica delle professioni; questo comporta in primo luogo che se un’azienda assume un giovane,anche neo-laureato,sicuramente dovrà spendere risorse economiche e non solo per inserirlo nel ruolo assegnato. Un investimento non sempre apprezzato e sostenibile.

La ricerca, su cui si taglia sistematicamente e il cui valore non è quasi mai retribuito adeguatamente, viene trascurata. Dovrebbe essere questo uno dei veicoli principali per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, attraverso lo sviluppo delle tecniche e delle conoscenze.

In tempi di magra, come quelli di oggi, i dati mostrano che si spende di più in proporzione in assicurazioni: significa cercare di proteggersi da un futuro incerto. Ecco spesso ai piani alti delle nostre istituzioni non si capisce, o non si vuol capire, che i giovani sono l’assicurazione per il futuro di un paese. Se tra 10 anni (o forse molto meno) ci troveremo con una generazione intera di disoccupati che hanno studiato ma che non hanno possibilità di mettere in pratica i propri studi, o addirittura non hanno avuto la possibilità di studiare, prospettive rosee non se ne vedono.

In tutto, nel lavoro come nella politica, non è il non rinnovamento il problema principale, ma il non coinvolgimento dei giovani. Coinvolgere i giovani, dare il segnale che le cose possono cambiare, che il merito sarà premiato. Se questo sarà il principio di fondo nessuna crisi può fare troppa paura, neanche i tagli o l’allungamento della vita lavorativa dell’individuo: la prospettiva dello sviluppo è imprescindibile. In questo senso, nel nuovo governo Monti dei segnali se ne vedono. Speriamo che non sia solo fumo. Se vogliamo credere in un futuro non possiamo non credere nei giovani.

 

Tommaso Bogi

(Giovani Democratici Montalcino)

29 dicembre 2011

‘Tra San Precario e l’art. 18′, Gd Toscana su l’Unità

san precarioTorna di moda, per fortuna, la riforma del mercato del lavoro. Sbaglia chi si nasconde tentando di non affrontare l’argomento, come chi brandisce ideologie spacciandole per verità accademiche. Il rischio e’ che in uno scontro superficiale si perda la dimensione del problema sottovalutando il peso che il deteriorarsi della condizione del lavoro e dei lavoratori ha avuto in questa crisi.
Eppure, proprio la questione del lavoro, al pari o forse più del debito pubblico, puo’ essere la chiave per aprire le porta ad un modello piu’ equilibrato di crescita in cui la trama non sia piu’, come scriveva Judt, quella di un “mondo che si arricchisce mentre gli uomini vanno in rovina”.

La crisi attuale ha molto a che fare con l’aumento delle disuguaglianze e la crisi del lavoro: nel Paese guida del capitalismo contemporaneo, gli Stati Uniti d’America, la quota di ricchezza in mano all’1% della popolazione piu’ ricca non e’ mai stata così alta come nel 1928 e nel 2007. Gli anni prima delle due grandi crisi.

La contrazione del reddito in mano ai lavoratori della classe media, quella che traina con i suoi consumi le economie, si e’ bilanciata riducendo i risparmi e contraendo prestiti. Una montagna di prestiti, impacchettata, venduta e rivenduta, basandosi sulla presunzione di un aumento continuo del valore immobiliare. Presunzione errata quanto il moto perpetuo nella fisica.

I liberal americani (averne da noi di  liberal così!) lo hanno ben chiaro, lo stesso Reich, segretario del lavoro durante la presidenza Clinton, punta dritto su un “nuovo patto di base” che rimetta al centro la questione del lavoro tentando di arginare lo svuotamento del ceto medio. Il punto non e’ un mero dato numerico: creare più posti di lavoro e’ importante, ma se la tendenza in atto negli ultimi anni continuerà, sempre più persone lavoreranno per stipendi inadeguati e si amplieranno ancora le disuguaglianze.

Ed in mancanza di un adeguato potere d’acquisto il ceto medio non potrà far girare l’economia: l’indebitamento ha i suoi limiti, 1928 e 2008 ne sono esempi.
Questo deve essere il faro se vogliamo che la riforma del mercato del lavoro possa essere utile al Paese, questo e’ il punto cruciale se vogliamo dare risposte ad una generazione che l’art 18 non l’ha mai incrociato vivendo da protagonista l’impoverimento del lavoro.

I miei coetanei hanno visto “generazione 1000 €” al cinema, e adesso anche quel titolo sembra una chimera: partite IVA fasulle, stage-sfruttamento, contratti a progetto sottopagati o senza nessun progetto se non quello del ridurre al minimo i costi per l’azienda (pregiudicando pero’ qualità e produttività), la totale assenza di ammortizzatori sociali, l’aumento dei lavori poveri (quelli che non ti danno abbastanza per viverne), la disoccupazione che sfiora ormai il 30%.
Mille euro al mese, e poi per chissà quanto, sembrano un orizzonte lontano. San Precario perga per noi.
Partiamo da qui allora, senza ideologie e discutendo nel merito.
E invece si parla di articolo 18. Lo fanno per i giovani, dice.
Solo che non ce l’hanno mai chiesto.


l’articolo è stato pubblicato oggi (28 dicembre 2011) sull’Unità Toscana.

28 dicembre 2011

‘Uno sguardo sulle giovani generazioni… tra sogni e precariato’, di Giada Tinturini

Noi non eravamo così!” “Alla loro età io…” fino ad arrivare al più classico “Se me lo avessero proposto a me” e cose del genere. Quante volte abbiamo dovuto sentire queste frasi, rivolte alle nostre generazioni? E’ palese che la tendenza di ogni generazione sia criticare quella successiva, tanto che spesso non ci facciamo caso. La situazione attuale, del 2011, è però diversa.

Quella che va dai venti ai trenta anni, ma probabilmente si spinge anche fino ai quasi quarantenni, è infatti la prima generazione che, almeno nell’ultimo secolo, rischia di avere condizioni di vita peggiori rispetto a quella dei genitori; o, comunque, che senz’altro ha peggiori condizioni economiche e lavorative. In parole povere, i giovani guadagnano meno di quanto guadagnavano i predecessori alla medesima età e hanno meno tutele lavorative e meno diritti. In compenso, rispetto ai propri genitori, hanno la quasi certezza di non avere certezze, vivendo in maggioranza l’essenza del lavoro precario. Tutto questo avviene, paradossalmente, pur con un innalzamento medio del titolo di studio, con un ricorso sempre maggiore al diploma di laurea che, tuttavia, non pare essere un ombrello abbastanza grande per tutelarsi dalla pioggia del precariato, anzi in alcuni casi, per la famosa troppa professionalità, porta ad accentuarlo. E’ un’equazione abbastanza strana: più studi, più sei precario. Senza contare che nella fase attuale sono stati applicati, più che nei decenni passati, la gran parte dei tagli agli enti pubblici o para-pubblici, soprattutto a quelli locali, in tanti anni fucina di posti di lavoro; che i privati tendono a rifuggire, in ogni modo e quasi scientificamente, dai rapporti di lavoro indeterminati. Certo, da una parte questa generazione ha vissuto, in età pre-scolare e scolare, un benessere materiale di livello elevato, telefonini, televisori in casa, Play station e Iphone fin dai primi anni di età. Una spesso ostentata opulenza che però rischiamo di pagare a caro prezzo, perché tale benessere rischia in realtà di accentuare le differenze: quello che si è avuto e quello che non si avrà. E’ altrettanto vero che le accuse di “bamboccionismo”, cioè di eccessiva ricerca di una condizione stabile e sulla quale magari cullarsi, anche dal punto di vista economico, con l’aiuto o dei genitori o, addirittura, del Welfare, possono essere, in alcuni, per quanto sporadici, casi, fondate. Il vero paradosso, però, sta da un’altra parte. Questa generazione può anche mettersi in moto, può anche ingegnarsi, ma attualmente non ha veri e propri sbocchi, che non vadano a cadere, pericolosamente, in attività vicine al confine con l’illegalità. Questa generazione non chiede privilegi, chiede, più o meno semplicemente, di poter consumare le proprie esperienze, di poter ottenere quelle opportunità meritocratiche. Se si tratta di un sogno, almeno provate a farci addormentare fra due guanciali.

Giada Tinturini

(Giovani Democratici Montalcino)

 

28 dicembre 2011

La doppia pena senza dignità

La doppia pena senza dignità

prigione senza dignitàLunga visita al carcere di Sollicciano stamani. Visitato il nido e consegnati i regali ai tre meravigliosi bambini, visitato il reparto transex, quello maschile, salutati i partecipanti alla messa, incontrata la commissione interna dei detenuti. Non ci siamo, nonostante gli sforzi di tutti quella non è una situazione vivibile. Acqua a catinelle e quindi muffa nei corridoi, nelle celle, nei materassi. Acqua calda assente in interi reparti. Tagli alle ore di lavoro, alla carta igienica, alle forchette. Leggi stupide da cancellare o riformare (Cirielli, Bossi-Fini, Fini-Giovanardi) che altro non fanno se non aumentare i detenuti. E molto altro ancora, che scriverò con calma. Col fondato sospetto che in galera ci finiscano soltanto i poveri”.

Patrizio Mecacci, segretario del PD Metropolitano, dopo aver visitato il 24 mattina, il carcere di Sollicciano (FI).

La civiltà di un paese si misura anche dal rispetto che questo dimostra nei confronti dei suoi detenuti. Ne siamo fermamente convinti, e proprio per questo ci interroghiamo se realmente possiamo ritenere il nostro paese,patria di personaggi come Cesare Beccaria, un luogo civile e democratico, quando solo nelle carceri toscane, si registra un indice di sovraffollamento del 52,8%.

Vivono due pene i detenuti: una vita ai limiti della legalità, lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo. Per non palare delle condizioni inumane degli ospedali psichiatrici giudiziari, veri e propri manicomi dove sempre più spesso la situazione mentale del malato-detenuto viene ad aggravarsi in maniera quasi irreversibile.

Una vera e propria emergenza nazionale, cui la Toscana non si sottrae,  dovuta ad un processo sempre più esteso di criminalizzazione, che non prevede l’ utilizzo di misure alternative alla pena detentiva. Un problema che nasce oltre che dall’eccesso nell’utilizzo della custodia cautelare, dai vari pacchetti sicurezza e da una legislazione inutilmente repressiva sulla tossicodipendenza.

Già mesi fa avevamo espresso il nostro disappunto sull’esagerato utilizzo della custodia cautelare,che riguarda il 40% dei detenuti italiani, che potrebbero paradossalmente risultare innocenti. Inoltre,riteniamo che i detenuti tossicodipendenti,che solo in Toscana sono circa 1350, potrebbero essere affidati a figure socio-assistenziali e quindi introdotti in un percorso di riabilitazione che realmente li porti ad un reinserimento all’interno del tessuto sociale.

Riteniamo insufficienti e su alcuni punti addirittura controproducenti, le misure presentate dal ministro della giustizia Severino. Pare irrilevante il prolungamento a 18 mesi del periodo di “fine pena” da scontare ai domiciliari,poiché la stragrande maggioranza dei detenuti non possiede casa e sempre più spesso viene rifiutata dalla famiglia d’origine. Per non parlare del così detto “Stop alle porte girevoli”, ovvero l’uscita dal circuito penitenziario di chi entra in carcere solo per l’immatricolazione per poi essere scarcerato o inviato ai domiciliari (ciò coinvolge circa 21mila persone all’anno) . Secondo il provvedimento proposto dal ministro  queste persone in attesa del processo per direttissima dovrebbero essere trattenuti in camere di custodia presso le varie prefetture. La realtà ci porta però a notare che ,troppo spesso, gli uffici di polizia non hanno strutture idonee per la custodia degli arrestati ed inoltre, visto il deficit di personale, non sarebbe possibile garantire una vigilanza idonea. Un ottimo provvedimento è invece quello che riguarda l’istituzione di una sorta di “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti” ,ovvero una guida che aiuti sia il detenuto, che la famiglia, troppo spesso inconsapevoli dei propri diritti.

Ribadiamo la nostra convinzione che per risolvere l’emergenza sia necessaria una vera e propria razionalizzazione del sistema giudiziario che porti ad un rilancio delle pene alternative, specialmente quelle supportate da progetti professionalmente strutturati che mirino ad un reinserimento totale del detenuto nella società. E’poi necessario l’adeguamento degli organici di Polizia Penitenziaria, affiancati da operatori professionali, come educatori,psicologi e assistenti sociali. Solo a Sollicciano, Firenze, la pianta organica prevederebbe 695 agenti, mentre sono soltanto 490.

E’ vergognoso,infine, che, dopo più di 30 anni dall’approvazione della Legge Basaglia, esistano ancora strutture come gli ospedali psichiatrici giudiziari, che risultano essere veri e propri manicomi dove, anche per il ridotto numero di personale, vengono utilizzati metodi di contenimento coercitivi e assolutamente lesivi per il malato. E’ quindi necessario che venga predisposta l’immediata chiusura di questi carceri ed il trasferimento dei detenuti in strutture che predispongano veri progetti terapeutici, sviluppati da professionisti.

Soltanto adottando misure come queste, l’Italia potrà tornare ad essere un esempio di democrazia e civiltà.

20 dicembre 2011

Si apre il CONGRESSO NAZIONALE dei Gd

La Direzione nazionale dei Giovani democratici ha approvato ieri, all’unanimità dei 105 presenti, il Regolamento che porterà i Gd a congresso a metà marzo.

“Il regolamento che abbiamo approvato, dopo aver consultato i territori, prevede la presentazione di tesi e di eventuali mozioni alternative su cui si pronunceranno gli iscritti dei Giovani democratici” dichiara Fausto Raciti, segretario nazionale dei Gd, che conlude: “Abbiamo voluto un congresso aperto, capace di mettere in primo piano la politica senza privare nessuno della possibilità di contendere le cariche all’interno dell’organizzazione. Chi in queste ore afferma il contrario probabilmente non ha nemmeno letto il nostro regolamento, preso dalla ricerca di un po’ di visibilità personale. Si fa presto a rappresentare un’organizzazione giovanile grande, solida e plurale come il Cominform, ma sono obiezioni gratuite e liquidatorie che i fatti si sono già incaricati di smentire più volte”.

 

19 dicembre 2011

‘Siamo tutti diversi:ma diversi da chi?’, di Valeria Donato

Durante tutti i miei viaggi ho conosciuto persone, mi sono imbattuta in popoli e culture diverse, spesso dissimili dalla mia, quasi opposte potrei affermare, e in tutto questo vagare ho sempre cercato di capire come poter plasmare il mio pensiero, come poter flettere la mia visione del mondo e allargare i miei orizzonti imparando a osservare anche quelli più reconditi o, semplicemente, quelli che non riuscivo ancora a scorgere. Questa visione del mondo l’ho maturata, sì dopo anni di scuola e di apprendimento multiculturale, ma anche grazie  a  due letture che mi hanno aiutata a cambiare.

“Il buio oltre la siepe” di H.Lee che, all’età di 14 anni, mi ha insegnato che, nonostante i grandi valori che sorvolano la nostra società, le radici sulle quali costruire il nostro futuro sono la giustizia e l’uguaglianza sostanziale.

“Il razzismo spiegato a mia figlia” di T.B.Jelloun che, letto alle scuole elementari, mi ha fatto capire che siamo tutti una grande diversità, giacchè ognuno è straniero per l’altro. Sicuramente sono molti i classici che predicano questi valori, magari con parole e concetti decisamente più aulici e, sintatticamente più organizzati, ma a cosa serve complicare i pensieri che, così difficilmente la nostra società cerca di mettere in pratica? Voglio dire, come si può cercare di esporre, il più facilmente possibile, ad un bambino che altro, che diverso non è automaticamente cattivo?

Sono state spese molte parole in questi giorni sui fatti accaduti a Firenze martedì 13 dicembre, sono state dette così tante parole che, forse si è sottovalutata la difficoltà del recepire quel che ci è successo: siamo sicuri di poterci dire totalmente sorpresi di quel che è accaduto? Io non credo.

Ho cercato a lungo nei volti delle persone, da martedì a oggi, i segni di una delusione nei confronti del genere umano, di una rabbia verso noi che ci sentiamo arrogantemente superiori agli altri, per i soldi, per una posizione sociale, per il colore della pelle, per l’orientamento sessuale…perché è proprio questo sentimento che dovrebbe animarci adesso: la vergogna verso noi, uomini, che abbiamo fallito nei confronti del nostro prossimo, del nostro presente e futuro. Avremmo dovuto vergognarci già da tempo, ogni mattina, da quando uno dei partiti che, addirittura nell’ultima legislatura è stato al Governo, la Lega, ha pensato di schierarsi contro l’allargamento al diritto di cittadinanza per i figli di extracomunitari nati, e sottolineo nati, in Italia: come fare a non sentirsi umiliati da queste dichiarazioni? Come non potersi stupire di questi esponenti che, credo, così ingiustamente non ammettono che chi vive in Italia, regolarmente, contribuisce a far crescere, sia economicamente che culturalmente,  il nostro Paese?

E’ stato proprio a seguito di queste dichiarazioni che, nel cercare di comprendere, per quanto mi sia ancora impossibile, il gesto di Gianluca Casseri, l’uomo che martedì ha ucciso due uomini “colpevoli” solo d’essere senegalesi, ho trovato un appiglio. Indubbiamente è lecito affermare che la persona in questione fosse uno squilibrato ma è palese che oggi viviamo in una realtà xenofoba e timorosa verso il diverso in tutte, tutte le sue forme: quante parole d’odio sono state dette contro gli omosessuali negli ultimi cinque anni? Vorrei solo ricordare, a chi fosse a corto di memoria, di quando il nostro Presidente del Consiglio, ormai ex, affermò che “è meglio amare le belle donne che essere gay”; come può allora, una persona discernere quale sia il giusto comportamento se, colui che dovrebbe essere un modello per la società che rappresenta, nella realtà incita all’odio per il diverso?  E quanti esempi potrebbero esser fatti sulla discriminazione, dato che il più delle volte si tratta proprio di una disparità di trattamento, delle donne, degli extracomunitari o gli appartenenti a posizioni politiche differenti: quale messaggio si manda nell’accusare continuo gli altri di essere diversi, come se esistesse un essere normale?

E’ qui che sta il nodo, quali messaggi sono stati veicolati nella nostra società? Beh alla luce delle reazioni scaturite dopo gli avvenimenti di martedì direi che la maggioranza dei cittadini Italiani hanno conservato illesi i valori, enunciati e ribaditi nella Costituzione, di giustizia e fratellanza; tuttavia non dobbiamo dimenticarci che sono molti, troppi, coloro che, ancora, inneggiano all’odio xenofobo e si lasciano muovere del disprezzo verso gli altri al punto da confondere e, spesso confonderci, la realtà. Pochi giorni fa il Sole 24 Ore pubblicava un reportage su quanto, ad oggi, gli extracomunitari regolari, incidano  sulle Casse dello Stato, su quanto paghino, attraverso i contributi, le pensioni per le nostre famiglie senza, spesso, ricevere molto, in termini di servizio pubblico, in cambio. Proprio per tale ragione ritengo  sacrosante le parole dette da Renan, a proposito del concetto di nazione e patria nel 1823, quando scrisse che “La nazione[...] presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni.”

Dobbiamo fare ancora molti passi affinchè sia viva la volontà che ci spinge a vivere insieme, qualunque sia la nostra diversità, poiché è importante ricordare che siamo tutti diversi, siamo tutti altro, siamo tutti un’oasi ferma nel caos del mondo o, soltanto, siamo tutti “un’unica grande specie con l’imprescindibile pregio della diversità”